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IL MIELE TRA CLIMA E MERCATO

l’editoriale di Massimo Ilari

Mentre scriviamo, apprendiamo dal Report dell’Osservatorio Nazionale del Miele , pubblicato il 12 giugno 2022, che i raccolti primaverili – di miele naturalmente – hanno avuto degli andamenti tutto sommato non allarmanti ma di certo neppure rincuoranti. Facciamo alcuni esempi. In Lombardia, nelle zone vocate dell’acacia (Brescia, Cremona, Mantova, Pavia, Milano, Monza Brianza, Varese, Sondrio), la produzione media si è attestata intorno a 11 Kg/alveare (circa 10 anni fa ci si lamentava per medie di 25/30 kg/alveare nelle zone vocate).

Precisiamo che le stime per la Lombardia sono provvisorie e che inoltre l’Osservatorio segnala anomali flussi di melata che hanno “sporcato” l’acacia, abbassandone il livello qualitativo. In Piemonte, nelle zone vocate sempre all’acacia, le cose sembrano essere andate un po’ meglio con 16,5 Kg/alveare. Se, però, consideriamo la Liguria, nella provincia di Genova i raccolti di acacia sono stati molto disomogenei e si stima, al mese di maggio, una produzione media di 7 Kg/alveare.

Nella provincia di Imperia è stato possibile ottenere solo qualche piccolo raccolto di miele millefiori stimato in 2 Kg/alveare.

Nel Lazio, considerando la città metropolitana di Roma e la provincia di Frosinone, i raccolti di acacia si sono attestati intorno a 15,4 Kg/alveare, mentre in Campania la media di acacia rilevata in provincia di Avellino, Benevento, Caserta e Napoli è di circa 10 Kg/alveare. In alcuni casi, tuttavia, il miele di acacia campano si presenta più scuro per la presenza di nettare di altre fioriture o melata. Scendendo più a meridione, le medie produttive raccolte nella zona agrumicola della provincia di Taranto sono piuttosto disomogenee a causa di alcune gelate primaverili che hanno interessato determinati areali: si passa quindi dai 18 Kg/alveare delle zone più colpite ai 30/Kg alveare delle zone risparmiate.
In Sardegna si parla di un millefiori primaverile con rese stimate tra i 10-12 Kg alveare.

Analoghe rese anche per il miele di cardo, mentre il miele di sulla ha dato risultati inferiori alle aspettative con raccolti stimabili fra i 10-15 Kg alveare, a causa dei venti di scirocco e delle temperature elevate.

Senza alcuna pretesa di completezza, abbiamo snocciolato alcuni dati pubblicati il 12 giugno scorso non da noi, ma da un soggetto terzo. Perché l’abbiamo fatto? Per dimostrare che utilizzando i dati raccolti secondo criteri statistici, ancorché in qualche modo empirici, le cose stanno un po’ diversamente da come ce le raccontano gli apicoltori sui social o in alcune telefonate: premettendo che i dati riportati si riferiscono a zone vocate, le cifre raccontano di raccolti che se quest’anno non sono disastrosi, sono tuttavia senz’altro mediocri sia rispetto alla quantità sia – abbiamo citato l’Osservatorio – rispetto alla qualità.
Un quadro che tende al grigio? Bisogna ancora aspettare. Naturalmente, vi saranno delle fortunate e meritevoli eccezioni, ma questo è il quadro generale, e invitiamo a leggere l’intero Report per disporre di tutti i dati nazionali (vedi link a fine editoriale).


Ci chiediamo a questo punto quale sarà il prezzo che i raccolti primaverili di cui stiamo parlando avranno quando saranno invasettati ed esposti sugli scaffali. Aggiungiamo alla domanda una riflessione, cioè che il prezzo di qualsiasi prodotto primario agricolo è dettato sia dalla disponibilità del prodotto sul mercato, sia dalla qualità, sia dai costi di produzione che intervengono nella gestione dell’azienda.

La spinta dell’inflazione e gli aumenti vertiginosi di energia elettrica e gas, benzina, diesel (pensiamo specialmente ai nomadisti), nonché gli aumenti di listino che proporranno i fornitori del settore apistico, a loro volta penalizzati dal caro energia (produttori di capsule, vasetti, farmaci veterinari, attrezzature apistiche, etichette, eccetera) alzeranno i prezzi, stabilendo un aumento importante del miele sul mercato. Parliamo di una tendenza che ovviamente non interessa solamente il miele ma tutti i prodotti agroalimentari italiani e non solo. Se la tendenza è questa e non verrà invertita da un clima più benigno e da un mutato scenario internazionale, il miele italiano di qualità diventerà sempre più un prodotto di nicchia, riservato a consumatori bene-stanti. In un Paese come l’Italia in cui la cultura del miele è già da sempre scarsa, ciò può significare una “americanizzazione” del prodotto miele generalista, che verrà utilizzato dal consumatore medio come semplice dolcificante, senza alcuna attenzione alla qualità e alla provenienza, alle proprietà nutrizionali e nutraceutiche.


È questa la direzione che vorrebbe prendere un apicoltore o qualsiasi altro operatore del settore apistico?

È questa la meta che darebbe un senso a decenni di lavoro speso negli apiari, nelle fiere, nei mercati, sui giornali, sulle piazze, nel tessuto economico-sociale per cercare di riqualificare il settore e spiegare al consumatore il valore dei prodotti dell’alveare? No, non possono essere queste e allora occorre trovare le giuste soluzioni per invertire la tendenza.

il report lo trovate qui www.informamiele.it/maggio-2022-indagine-produttiva-ed-economica.html

qui puoi scaricare l’editoriale in pdf

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