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COSA “ASPETTA” L’APICOLTURA

«Guardare indietro nel tempo spesso può essere utile».

Eliminerei il può essere e lo do per certo. Durante l’ultimo Apimell, 42a edizione, – come sempre lo scorso marzo a Piacenza – è tornata in mente la prima edizione. Fu una scommessa, ampiamente vinta.

Poco più di quarant’anni fa Piacenza Expo fece una scelta pioneristica decidendo di organizzare un evento fieristico interamente dedicato al settore apistico. Vista inizialmente con un po’ di diffidenza da alcuni addetti ai lavori, quella scelta è rapidamente diventata una concreta e importante realtà, tanto che già da anni Apimell è giustamente considerata la più qualificata mostra-mercato europea dedicata al settore apistico” dicono i media piacentini. A quella prima edizione c’ero, da allora ne ho perse solo un paio, e arrivai da Roma con Emanuele Piccari (ormai scomparso) dell’Unione Nazionale Consumatori, che mostrava una forte considerazione dell’Ape e dei suoi prodotti. Conoscevo bene i prodotti e l’Ape ma poco il mondo dell’apicoltura. Mi colpì l’affluenza e imparai a conoscere gli apicoltori. Allora li circondava un’aura ambientalista molto forte.

Erano considerati – insieme all’ape – i guardiani dell’Ambiente e si trattava di un carisma non certo usurpato. Aiutavano le api a produrre un prodotto che il laborioso insetto ricavava dai suoi voli sui fiori dei prati o degli alberi. C’è qualcosa di più bello? anche se qualcosa è mancato e poi vedremo cosa.

In quel periodo, però, stava facendo capolino la Varroa – il peggior nemico delle api – che avrebbe cambiato definitivamente il modo di praticare il mestiere di apicoltore. Arrivò in Italia con il commercio delle api e lascio stare altre teorie che qui non ha senso trattare.

Mi avvalgo “dell’Io So, di Pier Paolo Pasolini, ma…”. Ciò che è certo? Da quel momento niente fu come prima. Certo la produzione era sempre bassa e i consumi non elevati, ma era più facile lavorare con le api. Poi, aumentarono le patologie e l’inquinamento ambientale. A peggiorare le cose i cambiamenti climatici. La relazione tra il cambiamento climatico e il rischio per api e impollinatori è stata analizzata in una “Ricerca su possibili influenze dei fenomeni climatici e ambientali quali fattori determinanti l’assottigliamento delle popolazioni apistiche mondiali”, del Centro Ricerche di Bioclimatologia dell’Università di Milano, che ha analizzato le osservazioni meteorologiche dal 1880 e le osservazioni satellitari dal 1978, ha confermato l’impatto dei cambiamenti climatici sulle popolazioni di api domestiche e selvatiche. I risultati della ricerca coincidono con le conclusioni riportate nel 2011 dalla rivista “Good” ovvero che l’aumento della temperatura del pianeta incide negativamente sulla salute delle api e quindi sul servizio eco sistemico dell’impollinazione. E dalla prima conferma scientifica le cose sono vieppiù peggiorate. A rischio, però, anche la produzione di miele, che secondo i ricercatori dell’Università di Milano rischia di scomparire da qui a 100 anni. E le prove non mancano. Maggio 2025 è stato il secondo maggio più caldo a livello globale, con una temperatura media dell’aria superficiale di 15,79 gradi centigradi, 0,53 in più rispetto alla media di maggio del periodo 1991-2020, mentre è stato di 0,12 gradi più freddo rispetto record del 2024. è quanto rileva il sistema meteorologico europeo Copernicus. Il periodo di 12 mesi da giugno 2024 a maggio 2025 è stato di 0,69 gradi superiore alla media 1991-2020 e di 1,57 gradi superiore al livello preindustriale. Il fenomeno è così vistoso che si può ormai parlare di “Crisi Climatica”, che secondo le Agenzie dell’Onu rischia di diventare un’emergenza umanitaria. Ci dilettiamo su Faust e l’immortalità, che in realtà hanno raggiunto le microplastiche, presenti ormai in ogni Sistema Biologico, come documentiamo a pagina 22 della Rivista nel Servizio con le considerazioni del professor Carlo Foresta.

Dunque patologie dell’alveare in crescita, ambiente sempre più deteriorato, consumi e produzioni che non decollano sembrano una spietata “Spada di Damocle” che incombe sul collo dell’Apicoltore. E ancora le guerre che faranno aumentare i prezzi e abbasseranno i consumi. “Le nuove stime di Standard & Poor’s sono l’ennesimo campanello d’allarme che non si può ignorare: la crescita dell’Italia nel 2026 viene dimezzata allo 0,4%, il dato peggiore tra i grandi Paesi europei. Non è una sorpresa: tutti i segnali più recenti vanno in questa direzione. Gli ultimi dati ISTAT sull’occupazione e sull’inflazione, le stime di Confindustria, le proiezioni dell’OCSE — tutto converge nel disegnare un quadro di deterioramento rapido e severo dell’economia italiana, direttamente riconducibile all’impatto della guerra”. Così Antonio Misiani, responsabile Economia nella segreteria Pd. Concludo la mia “Cicalata” ritornando “a quel ciò che è mancato” cui alludo nell’incipit. È mancato l’aggancio alla produzione Bio, un settore che fa registrare record su record. Una scelta che influirebbe sull’ambiente e  sui consumi. C’è da lavorare per avere un futuro. Noi in questo futuro ci saremo e insieme cercheremo di superare l’attuale crisi. Non mancate, quindi, di leggere le ultime due pagine della Rivista e di fornirci il vostro aiuto. Ne abbiamo bisogno. 

Apinsieme
Quelli che vogliono far volare insieme le Api

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